Fuori dalla macchina del tempo (a Main Street USA)

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Tra le tante suggestioni romanzesche e sogni irrealizzati dell’uomo la macchina del tempo è un vero classico. Chi non vorrebbe programmare dei tasti e sentirsi catapultare in un mondo che non ha potuto conoscere e vivere? Chiudere gli occhi un attimo e riaprirli con nuove musiche, odori, abiti e mezzi di trasporto. A parte i personaggi dei film e le loro storie l’altra carta vincente dei parchi Disney è questa. Il desiderio di entrare fisicamente nel passato, e potendo scegliere prenderne solo il meglio. E se è vero che il buongiorno si vede dal mattino (e i costruttori dei parchi a tema sono veri maestri di marketing) l’ingresso deve avere un’importanza assoluta. Non si entra subito tra giochi, attrazioni (e file chilometriche) ma si passa all’interno di un specie di ombelico introduttivo che riporta in vita l’America di inizio Novecento: Main Street USA.

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Stare al gioco è la prima regola. La seconda è giocare. E privata dell’elemento ludico Main Street infondo sarebbe solo una strada finta, un insieme di scenografie e poco più. Ma c’è dell’altro, la nostalgia che si prova verso qualcosa che non si è vissuto, e verso l’infanzia nel quale tutto ciò si è immaginato. Disneyland è un luogo nel quale si paga un biglietto per riprendere la ragione solo all’uscita, come le scarpe custodite al di fuori di un tempio. Dalla stazione della RER , che già profuma di Mickey & Co, si raggiunge a piedi l’ingresso e il Disneyland Hotel, di un rosa così “pastello” da sembrare una copertura zuccherosa. si entra e si cominciano a sentire le vibrazioni crescenti, e tanta musica per stabilire il mood giusto.

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Ombrellini e cappelli voluminosi, il giro vita costretto in corpetti e bustini, completi a righe verticali e scarpe da tip tap bicolori. Oppure i giocatori di baseball con tenute vintage, sembra di veder saltare fuori dal nulla le suffragette, o una banda in uniforme . Oltre ai costumi l’attrazione sono i veicoli d’epoca, si può vedere un tram a cavalli, salire su un bus d’inizio secolo (scorso) e lasciare il passo alle prime automobili. Nel frattempo una ciambella o a un brownie ben impacchettati con carte e topolini ti restano appiccicati alle  mani. E dieci euro se ne vanno, cosi’, puff. L’area pullula di ristoranti, negozi di souvenirs di ogni tipo, chioschi di bibite, bevande, dolcetti, etc. Consumismo sfrenato al quale tutto sommato resisto bene. Se sapete tener testa all’eco delle sirene fate un giro da Harrington per guardare cristalli e vetri lavorati con motivi Disney, oggetti sbrilluccicanti e gli immancabili carillon d’altri tempi. In alto una bella cupola Art Nouveu verde pastello e intorno lampade da Grand Hotel (o da libro di Agatha Christie).

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Una specie di ristorante museo per gli appassionati Disney è Walt’s, luogo che omaggia il creatore dell’avventura. Nelle varie sale che ricreano l’ambiente delle aree del parco si custodiscono foto, oggetti e memorabilia vari.  L’ho girato da turista ma non mi sono messa a prenotare un tavolo (troppo elegante e fuori budget per me). Consiglio di entrare anche al Plaza Garden Cafè, non tanto per il cibo (che comunque non è male, anche se tirato in serie), ma per l’atmosfera elegante di una veranda vittoriana. Un salto in un’epoca in cui si indossavano stivaletti coi bottoni e sottogonne di merletti. Sembra di essere entrati nel set cinematografico di una serie tv in costume. Si legavano i capelli in testa come una cipolla, e quella infondo pareva la modernità.  Chissà cosa dirà il futuro di noi.

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Mi piace divertirmi nei parchi a tema ma non solo, adoro osservare, cercare di capirne le dinamiche. Mi metto a guardare la gente, i comportamenti e le reazioni. Perchè tutto funziona in  modo impeccabile? E soprattutto… Perche ci si sente così bene? Come è possibile rimuovere in un secondo dalle spalle degli adulti un carico di stanchezza, preoccupazioni, ricordi, pensieri, semplicemente varcando la soglia di costruzioni fittizie? Analizzarne e capirne i trucchi è un duro lavoro. Alla fine basta arrendersi ad un sorriso e scegliere l’angolo che più ci convince. Ogni area del parco ha infatti la sua sensazione portante, un tasto da andare a premere per far funzionare qualcosa e spegnere qualcos’altro. Main Street amplifica il piacere di passeggiare, camminare quasi anestetizzato dalla musica e dall’ambientazione positiva. Cadono i veli uno ad uno fino a che si arriva spogliati di tutto al centro del parco, apparentemente liberi di ciò che ingombrava ieri. E tornerà ad ingombrare domani.

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