Un giro a Frontierland tra canyon e cowboys

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Da ragazzini tutti hanno sognato di essere un cowboy prima o poi, complici anche quei film così duri e spietati sulla legge del piu forte, che non erano certo roba da trasmettere in tv a qualsiasi ora del giorno ma ciò accadeva quasi sempre, soprattutto nei pomeriggi d’estate. Ora non riesco piu a guardarli ma devo dire che i duelli tra la polvere del deserto, le inquadrature delle mani che cercano la rivoltella nella fondina, sguardi di sfida e colonne sonore epiche sono ingredienti molto magnetici sullo schermo, grande o piccolo che sia. Frontierland tra le varie are di Disneyland è quella che strizza l’occhio più agli adulti, rimettendo in moto tutto il loro background di informazioni visive accumulate negli anni, e naturalmente la nostalgia di canyon, cavalcate e famigerati saloon.

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Ogni mondo immaginario ha la sua porta,  in questo caso si tratta di un fortino in legno con tanto di palizzate, totem, ruote di carri, lampade ad olio e setacci per la corsa all’oro. Immagini idealizzate e tramandate in pellicole e romanzi, di quell’America che era ancora il vecchio e selvaggio west, popolato da fuorilegge, ponchos e sombreros, attacchi alla diligenza e miniere. In tutti i parchi Disney questa porzione è un vero must, legata alla storia americana ma diventata global grazie al cinema. Nel parco parigino il tema è stato molto ben sviluppato, ricco nei particolari e studiato per trascinarci proprio dentro un set, mancano solo i cavalli, i bottiglioni di whiskey (siamo pur sempre in un parco per famiglie) e qualche rompiscatole che viene lanciato fuori dalle porte cigolanti di legno.  Il saloon c’è per davvero… certo è una riproduzione da fumetto convertita in ristorante, ma abbastanza fatta bene da scatenare l’affetto degli appassionati, più volte durante il giorno ci sono anche spettacoli, dalle canzoni folk al classico balletto di can can.

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I nomi altisonanti esposti sulle insegne sono ad alto tasso di nostalgia, ovunque una sovrabbondanza di articoli da cowboy a sfondo Disney, dopo un po’ viene il mal di testa ma i bambini, neanche a dirlo, fanno il tifo da stadio. Tra i vari locali mi piace molto l’ambientazione da villaggio messicano del ristorante Fuente del Oro di quest’ultimo, non male neanche il menù tex mex che viene servito al banco (giuro che non sa di gomma, ed è pure appetitoso). In genere non impazzisco per la ristorazione nei parchi a tema, sempre molto fast e standardizzata, tuttavia questo mi pare una buona opzione. E anche intorno la fontana i motivi da pseudo città perduta mi divertono.

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L’attrazione trainante di questa zona del parco è Big Thunder Mountain, un treno che attraversa le miniere e che tra una curva e l’altra finisce per impazzire. La corsa è molto divertente, non la classica montagna russa da vomitarci gli occhi ma un giro frizzante ed equilibrato. Tra un discesa e l’altra si ha anche il tempo di guardare la ricostruzione del canyon, stalattiti, gallerie, minatori e dinamite. la vista sul lago artificiale, sulle case di legno e sull’inquietante villetta infestata di fantasmi. Il luogo in cui potrei entrare anche cento volte senza annoiarmi è Phantom Manor, il villino horror non troppo spaventoso, e con effetti speciali che ancora stupiscono nonostante gli anni. Ma la saletta da tè isolata sulla collina? Chi avrebbe voglia di mettersi seduto? Tante piccole cose lo rendono un vero classico. Pareti che si stingono, mezzi busti in pietra che si animano e iniziano a cantare, la polvere sui mobili, la sala da ballo con coppie di spettri che ondeggiano sul soffitto, ragnatele, giochi di luce e apparizioni della sposa cadavere. E’ una delle attrazioni più interessanti di tutto Disneyland per qualità di scenografie. L’organo che suona, candelabri che volano e brandelli d’abito svolazzanti sono troppo trash? Forse si. Ma devo dire che le presenze evanescenti nella palazzina vittoriana fanno una gran figura. E sono di un elegante degno di nota.

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Non si rifiuta neanche un giro sul battello a vapore, anche quì molto America e molto vecchie pellicole, quell’imbarcazione bianca con la ruota è un elemento visto in decine di film. Al passaggio anche i geyser si svegliano dal sottosuolo e iniziano a spruzzare acqua e fumo, il pescatore mezzo addormentato si sveglia e la zattera di legno sembra scivolargli via dal molo. Conviene investire del tempo in questo rilassante tour soprattutto per vedere la natura ricreata artificialmente per effetti scenici. Tutto vero che sembra finto, e tutto finto che sembra vero.   Ovviamente lungo il viaggio dovrete sciropparvi tutto un vasto repertorio di musica country. Fa atmosfera e ci sta tutta, e lo stesso sarà mentre fate la fila per altre attrazioni, mentre pagate al fast food, se passeggiate fuori, e anche davanti alla porta del bagno.

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Volevate entrare nel far west? Ecco allora beccatevi pure le armoniche, violini e chitarrine. Non c’è scampo. Al solito poi sono i dettagli che fanno la differenza e ogni giro per questi angoli di Disneyland è una ricerca di oggetti, decorazioni e messa in scena dei set. Come anche nel caso di Main Street USA a trascinare il pubblico in un incantesimo è la nostalgia per un’epoca che non si è nemmeno vissuta (e della quale si filtra in un colino solo il meglio, il volto innocuo e più cool). Varcando la soglia dentro un film di cowboys ci troviamo noi, ed è tutto costruito ad hoc per illuderci.

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