L’antica Olympia e il fascino delle rovine

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Visitare siti archeologici è per me un ottimo antidepressivo. La mente può vagare senza limite alcuno e ogni fantasia è ammessa. Non capita sempre di poterlo fare. Un monumento si guarda, e una volta spesso basta. Le rovine invece puoi tornare a sfiorarle infinite volte e immaginandole in modo sempre diverso. Restano solo i segnali di qualcosa, testimoni silenziosi di cento, mille storie inascoltate. Volti, suoni, immagini, strutture si delineano piano piano, le pietre non sono mai sole. Olympia è un luogo storicamente sacro, ed è speciale.  La sua storia non è legata a guerre, duelli e intrighi politici quanto alla pacifica competizione, alla forza non violenta, al culto della forma fisica e dell’eccellenza.

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A circa 30 min in taxi dal porto di Katakolon, nel quale sostano praticamente ogni giorno navi da crociera di ogni compagnia, si nascondono tra le colline i ruderi della città in cui nacquero i primi giochi olimpici. Il suo antico nome era Altis, il “bosco sacro” e in qualche modo la Natura ha ripreso il controllo di Olympia e la mantiene celata lontano da tutto. Poco rimane della leggendaria città e non nego che per ricostruire il suo aspetto grandioso occorre una buona dose di fantasia, delle rovine in realtà resta soprattutto il fascino della leggendaria nascita della più prestigiosa competizione sportiva di tutti i tempi.

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I giochi si svolgevano ogni quattro anni in onore di Zeus a partire dal 776 AC, le discipline sulle quali si confrontavano gli atleti erano corsa, pugilato, lotta e pentathlon. Oltre 40.000 persone pazientemente assistevano sedute a terra ai lati del grande stadio mentre i giudici stavano nei gradoni di marmo. I vincitori venivano incoronati con foglie di ulivo e la vittoria in sè era il loro unico premio. Un trionfo di equilibrio, forza e bellezza. E naturalmente dello spirito sportivo più puro.

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Ero molto curiosa di vedere l’antico laboratorio di Fidia, l’architetto del Partenone, lo sculture della maestosa statua di Athena dell’Acropoli. Un uomo e un artista leggendario. Pare avesse il suo studio proprio a Olympia, i ruderi si sono inglobati nel tempo ad una basilica paleocristiana e scoperti solo di recente. Una delle meraviglie del mondo antico, nata dalla mano di Fidia, si trovava a Olympia ma il tempo ha fatto perdere le sue tracce. Della statua rivestita in avorio e oro di Zeus non rimane che il ricordo. Anche il grande tempio dedicato al re dell’Olimpo è quasi del tutto scomparso, una volta alto più di 10 metri, colorato e decoratissimo, mentre oggi solo pezzi di colonne accasciate al suolo, una dietro l’altra come una catena di tavolette di domino.

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Le grandi colonne doriche svelano la presenza del tempio di Hera, l’area nella quale veniva accesa la torcia olimpica. La tradizione è portata avanti e ancora oggi donne in abiti tradizionali accendono la fiamma allo stesso modo, facendo convergere i raggi del sole in uno specchio. Da Olympia il fuoco raggiunge Atene, e da Atene il resto del mondo. Prima di visitare il sito archeologico non sapevo dell’esistenza di una versione dei giochi olimpici al femminile, le Heraia, competizioni sportive sacre in onore della dea.

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Pochi passi e si nota un’altra struttura che lascia intuire un passato di bellezza e imponenza. Si tratta del  Philippeion, l’unico edificio artistico a non essere dedicato ad una divinità ma a degli esseri umani. Erano esposte  preziosissime statue rivestite di avorio nel volto, e di oro nelle vesti, dei cinque membri della famiglia di Filippo il Macedone incluso anche un giovane Alessandro (Magno). Tra l’area delle palestre e resti di colonne e capitelli disseminati in ogni angolo del parco archeologico si giunge infine allo stadio, il vero luogo della competizione e dei rituali. Si accede attraverso una via arcata e ancora permangono tracce delle linee della corsa, del podio e dei gradoni riservati ai giudici (exedra).  Il suo aspetto è stato modificato più volte, il pubblico aumentava e con la popolarità dei giochi accrescevano le dimensioni dell’area.

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Molta gente resta insoddisfatta dalla visita del sito archeologico di Olimpia, ho sentito tra i visitatori decine di commenti tiepidi, se non proprio scoraggiati. Spesso carenza di fantasia ma anche scarsità d’informazioni. A differenza di altri posti non è un luogo dove si può solo passeggiare, è necessario avere un’idea di ciò che si ha davanti, quindi il mio consiglio per non rimanere  delusi è quello di procurarsi delle “pezze d’appoggio”. Leggete qualcosa, scaricatevi un ebook, compratevi un libro o prendete un tour guidato. A quel punto non resterete indifferenti entrando nel laboratorio di Fidia e forse passando tre le colonne del sacro tempio di Hera ripenserete alle donne in peplo bianco che accendono la fiamma olimpica seguendo lo stesso rituale.

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E non andatevene senza visitare il museo. E’ un edificio piccolo ma pieno di sorprese. Di vere e proprie “chicche” se vi affascina il mondo classico. La stanza principale custodisce il fregio originale del tempio di Zeus, conservato piuttosto bene (soprattutto se si pensa alle condizioni dell’edificio dal quale proviene) ed esposto con stile. Tra scudi con le gorgone, collezioni di elmi (tra cui quello di Mithiade, il generale che lo donò a Zeus dopo la sua vittoria a Maratona), si giunge alla Nike di Paionos, Zeus e Ganimede, l’Hermes di Prassitele (la perfezione dei corpi greci ha sempre un suo perchè) e naturalmente reperti trovati durante gli scavi nel laboratorio di Fidia.

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