Flamenco a Granada di Cueva in Cueva

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Il cuore dell’Andalusia batte a un ritmo ben preciso. Batte con i piedi, con le mani, al suono dei tacchi, delle percussioni, delle chitarre, è il flamenco nelle sue tante anime e incarnazioni. Spettacoli, sia organizzati che improvvisati, si possono trovane anche in molti locali, strade e piazze di Granada, per i migliori però bisogna salire al Sacromonte, la collina che guarda sull’Alhambra, popolata dai gitani spagnoli che aprono le proprie case ai visitatori per assistere ad esibizioni di ottimo livello.

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Nella collina tutte le case sono scavate nella roccia, non ci sono finestre e sui muri imbiancati sono appesi suppellettili, pentole, padelle di rame. Una delle più belle è la Zambra Marìa la Canastera, una casa gitana messa a posto per ospitare spettacoli serali molti amati, luogo in cui visse una delle performer più famose, María Cortés Heredia, nota però con il soprannome di famiglia “Canastera” (il padre era intrecciatore di cesti, una forma di artigianato molto diffusa tra i gitani).  Nelle pareti si racconta la storia della danzatrice e della cultura che da generazioni tramandano.

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Il flamenco si basa tutto sull’interpretazione dell’uomo e della donna, letteralmente posseduti dal duende, uno spirito, una forza soprannaturale che fa visita al danzatore e non se ne va fino a che non ha portato avanti la sua opera, anzi meglio, lo sfogo. Quindi più che un ballo è un buttare fuori la sofferenza, i lamenti, la nostalgia, l’irrazionalità. C’è tanta tecnica e allenamento ma nessuna palestra può insegnare ciò che invece deve venire dall’anima, anche per questo gli interpreti migliori di flamenco sono le persone più adulte, non tanto per l’esercizio ma per l’esperienza di vita acquisita, la saggezza e le cicatrici. I giovani con il loro entusiasmo portano un contributo diverso ma i momenti che veramente stordiscono il pubblico sono quelli in cui salgono sul palco i veterani. Loro fanno vibrare il vetro dei bicchieri, lasciano segni sul pavimento stendendo un velo lucido negli occhi di chi li guarda. Anche se gli spettatori sono parte integrante della performance (anzi dovrebbero addirittura sostenere l’interprete nel suo viaggio) sarei curiosa di vedere quali esibizioni nascono una volta che il locale è chiuso, a “telecamere spente”, quando svanisce l’ansia di dover ospitare decine di paganti.

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Il flamenco è quindi una specie di duello con se stessi, e non si sa di preciso quando inizierà (nè soprattutto quando finirà) anche i musicisti devono seguire ciò che il danzatore gli detta, prevedere il crescere degli eventi, fermarsi o rallentare a suo comando. Nessuno spettacolo è, o dovrebbe essere, uguale all’altro, tutto nasce dal momento, dall’esperienza individuale, dalla spontaneità. Il Sacromonte, nonostante la presenza di tanti turisti, si mantiene un luogo originale dove poter assistere ad esibizioni in una dimensione intima e suggestiva. Nota dolente, i prezzi degli spettacoli sono alti.

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I ballerini e le ballerine non devono essere belli, anzi spesso le belle ragazze “si imbruttiscono” coprendosi con un trucco pesante e sgraziato.  Le acconciature sono fatte per essere sciolte dalla fatica, dai movimenti, i capelli, spettinati e sudati devono scendere davanti al volto se l’interprete è davvero bravo, posseduto dal duende e seriamente coinvolto. Ci sono decine di diversi stili, dalle bulerìas alla solea, passando per il tanguillo e le alegrìas, fino alle forme più leggere e coreografate, per esempio le sevillanas, riservate in genere ai momenti di festa, alle celebrazioni. Le performance in solitaria o le sfide tra due danzatori, sono tutto un altro mondo. E per queste conviene salire al Sacromonte.

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Le Cuevas hanno pochi posti, si ha la sensazione di essere tra amici, non sono caserme o sale da banchetto, solo una sedia di paglia attaccata al muro. Stop. Per questo le adoro, ma l’altra faccia della medaglia è la difficoltà a trovare un posto in alta stagione. Un trucco potrebbe essere questo (a me è servito): prima di entrare allo spettacolo che si è prenotato non è male farsi un giro per le altre cuevas e riservare i posti per la serata successiva. Così non si perde tempo a fare la fila, telefonare, arrivare in anticipo e sperare. Le cuevas sono tutte vicine, basta una breve passeggiata per identificarne le location e pianificare le sere del viaggio. In tre sere ho visto tre diversi spettacoli a la Venta El Gallo, la Zambra Maria la Canastera e la Cueva de Los Tarantos, dei tre mi è piaciuto particolarmente il primo, se proprio dovessi fare una media dell’intensità di tutti gli interpreti e dello spettacolo globale, ma è una dura scelta perchè tutti e tre, in un modo o nell’altro, sono stati memorabili

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Spettacolo dopo spettacolo questo universo complicato piano piano si spiega, se la prima sera siete scettici la terza ne andrete matti. Vi lascerete trasportare dal lamento dell’abbandono, dall’inquietudine cronica, la lontananza, la nostalgia verso un passato che non tornerà, la consapevolezza della vita e della morte, il ricordo di una terra sconosciuta che appartiene a tutti (ma che nessuno conosce), una cultura che lega e fa da scudo alle critiche e ai problemi. Dalle nicchie scavate nella pietra dei gitani di Spagna il flamenco è diventato famoso in tutto il mondo. E la sua musica, per quanto dolorosa e frenetica è irresistibile. E’ un magnetismo fluido, un crescere vorticoso, come urlare contro una montagna, nel completo silenzio, soli con le proprie ombre. Con lo sguardo fiero di chi non le teme più.

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