Pontevedra, anima grigia e cuore atlantico

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Grigia come la pietra delle sue mura e delle strade. Come le nuvole pesanti e cariche di pioggia mosse dal vento e dall’aria di mare. L’oceano è così vicino, l’aria è inevitabilmente inquieta e tempestosa. Con Santiago de Compostela alle spalle e avanti la costa frastagliata del finis terrae,  l’architettura e il clima di Pontevedra sono influenzati da entrambi. Più a ovest di così non si può, aspra e difficile eppur dipinta di un verde smeraldo rassicurante, la Galizia somiglia più all’Irlanda che al resto della Spagna e il vecchio pavimento celtico sul quale si basano le città di oggi sembra suggerirlo all’orecchio. 

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Pontevedra non è una meta che consiglierei a chiunque. O perlomeno non in qualsiasi momento della vita. Non è un luogo particolarmente allegro né c’è troppo da vedere (in senso stretto). La Galizia in generale è una terra difficile che non è fatta per compiacere il turismo. Devi fare spazio, aprire un varco, lasciarla entrare, non farti scoraggiare dal clima e dalla freddezza dei suoi colori. L’atmosfera non è né festosa né vacanziera ma più introspettiva, ombrosa e spirituale. E’ il luogo ideale se si ha bisogno di riflettere, di prendersi una pausa da qualcosa o da qualcuno.

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Ma la Galizia è magica. Questo mi ero dimentica di dirlo. E’ un incontro di culture provenienti da Nord, da Sud, da Ovest, da Est e da Chissadove. E’ ricca di leggende, di miti, di storie di santi e anche di streghe. E’ il capolinea del mistico Cammino di Santiago ma anche l’inizio della ricerca dell’infinito. Quel qualcosa che non c’era e forse non c’è ancora nonostante gli orizzonti siano nettamente cambiati.

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Torniamo a Pontevedra. Poco frequentata dai turisti internazionali, più popolare tra i visitatori spagnoli e portoghesi. Tappa anche dei pellegrini che vi si recano per pregare nella cappella della Madonna di Fatima o che la segnano nel percorso che dal Portogallo giunge a Compostela.  Il centro storico è piccolo ma si può vagare a piedi per ore perché ogni angolo è diverso, l’aspetto delle case è semplice, rustico ed essenziale, abbellito da finestrelle verde bosco e balconcini convertiti in vetrate come in altre città della Spagna del Nord. Se è freddo ci si ripara sotto i portici o direttamente in uno dei tanti bar a gestione familiare dove servono anche tapas e pasti completi.

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Le goticissime rovine del Monastero di Santo Domingo ricordano l’atmosfera della nostrana Abbazia di San Galgano. Archi che ancora resistono fieri ma non hanno più un soffitto da sostenere, pietre coperte di muschio e rosoni riempiti del cielo piuttosto che di vetri colorati. Malinconia a palate ma ne vale la pena. Tra navate diroccate, effigi e lapidi mi colpisce una figura distesa su un fianco. Una fanciulla misteriosa che volge lo sguardo verso chi entra (e entrava) nella chiesa? Non ho trovato nessuna notizia né lì né in rete, se qualcuno ne conosce i dettagli sarei davvero curiosa di approfondire.

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Ancora altre chiese, questa volta però ancora “in piedi” e in ottimo stato di conservazione. La più bella è quella di Santa María la Mayor, con la facciata decorata come un merletto, la più cara agli abitanti è invece la Iglesia de la Virgen Peregrina, patrona di Pontevedra, protettrice del Cammino Portoghese e legata a numerose leggende. Passeggiando si attraversano anche Plaza Alonso Fonseca, la Rua Princesa, la Plaza de la Leña, dove si commerciava il legname proveniente dai boschi e Plaza da Ferrería sede delle antiche botteghe dei fabbri.

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Siamo in Spagna sì, ma nell’Atlantica terra di confine con il Portogallo e con l’Ignoto. Cambiano le architetture e anche le storie da raccontare. Non troverete il flamenco ma le cornamuse. Niente terre aride, sole o campi di olivi ma la natura selvaggia, boschi, coste frastagliate e un mare grigio che non è mai stanco. Ci saranno alte croci in pietra e profumo di alberi. Chiese monumentali e piazze accoglienti. La lingua si avvicina molto al portoghese ma con strani richiami anche alle radici ibero-celtiche, nonostante i romani con il loro arrivo ne abbiano cancellato le tracce il passato più remoto resiste. Una delle tante ragioni per cui la Galizia è così diversa.

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