Una visita al Meherangarh Fort

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Se avete letto il post di ieri su Jodhpur avrete già in mente il contesto sul quale regna questo palazzo incredibile. Sovrana del deserto, e di una porzione di Rajasthan ancora molto legata alle tradizioni, la fortezza di Meherangarh è una delle più grandi e meglio conservate, posta in una posizione scenografica, un luogo assolutamente da vedere se si intraprende un viaggio in India del Nord. E il nome Meherangarh vuol dire proprio “maestosa, imponente”, più chiaro di così.  Occupa una superficie di chilometri e venne fondata da Rao Jodha nel 1460 dove si intrecciavano le rotte carovaniere dell’Asia. Il complesso è visibile già da lontano e pare la continuazione della roccia su cui poggia, ha mura alte 36 metri e spesse 20, le sue dimensioni dovevano servire a spaventare i nemici e spingerli ad andarsene ancora prima di attaccare. E la storia della città ci svela che questo furbo “dissuasore”, biglietto da visita delle capacità militari dei jhodpuri, fu negli anni piuttosto efficace.

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Il palazzo e le sue mura andarono ad assemblarsi nel tempo, anche se sembra frutto di un’unica e veloce costruzione i pezzi del forte vennero aggiunti in epoche diverse. Ciò che abbonda sono le decorazioni (molte di chiara influenza moghul), i finissimi merletti di pietra alle finestre, i cortili interni, colonnati, archi e balconi coperti per guardare senza farsi vedere.  Passando per le varie stanze si può immaginare quale è stata la vita dei regnanti e degli ospiti illustri, alcune sono davvero stupende. Per esempio il il grande salone (phool mahal) usato per gli eventi più importanti e gli incontri ufficiali, un tripudio di miniature, vetri colorati che proiettano la loro luce su colonne dorate.

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Moti Mahal è il salone “di perla”, in realtà dal colore bianco splendente perchè totalmente rivestito da minuscole scaglie di conchiglie e madreperla. La più scenografica è la sala degli specchi, regale e strabordante di dettagli, per un effetto ottico dovuto ai riflessi sembra più grande di quello che veramente è . L’appartamento delle regine è una specie di palazzo nel palazzo, con il soffitto tutto dipinto e vari cortili che si riallacciano alle stanze principali come un vicolo cieco (le donne avevano una loro area riservata e non potevano usare gli stessi spazi degli uomini). Sui cortili si aprono finestre con intricati graticci in pietra, utili anche per rinfrescare l’aria, più meno un condizionatore d’aria vecchio quattrocento anni almeno. Che il sole picchia forte in questo angolo di Rajasthan si può capire dal modo in cui è costruito il forte, tutto insegue e proietta l’ombra, crea correnti rinfrescanti e luoghi protetti ma ventilati.

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Al piano terra c’è anche un vasto museo che raccoglie ricchezze, storia e stravaganze dei passati maharaja, si possono vedere tantissimi oggetti di corte (portantine, spade, armi – gioiello, paramenti da battaglia o da parata) ma anche di uso quotidiano come cuscini,  tappeti, portagioie, e i regali preziosi destinati alle concubine). Quasi una sezione a parte occupano le culle monumentali  per i figli del sovrano. All’interno del forte c’è l’acqua, ed è sinonimo di benessere, salute e agio, soprattutto a Jodhpur. C’è ancora un pozzo per le esigenze di tutti i giorni (anche se ora si sta impaludando), procurarsi l’acqua alle spalle del deserto non era (e non è) una cosa scontata.

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Parlando con altri viaggitori che sono stati al forte ho notato che ognuno mi raccontava della visita dettagli diversi, anche in base ai propri gusti, ma due particolari erano sempre presenti nei racconti: i grandi cannoni e le impronte di gesso di tante mani. L’artiglieria pesante che svetta sulla cima del forte è più una collezione che una dotazione di necessità. I tanti minacciosi cannoni in realtà non furono mai usati per respingere nemici ma accumulati in un’epoca in cui il forte era già sotto l’ala degli inglesi, alcuni pezzi furono riportati come trofei dalle campagne di guerra in Gujarat e messi insieme agli altri.

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E cosa sono tutte quelle impronte? A chi appartengono? Le mani in gesso accanto alla Porta di Ferro sono le impronte delle nobili del palazzo che hanno compiuto il sati, si sono cioè suicidate gettandosi nel fuoco alla morte del marito o in seguito alla conquista nemica. Una terribile forma di sacrificio in uso un tempo tra le regine delle città del Rajasthan. Per esempio anche Padmavati quando Chittorgarh venne assediato  scelse la strada del suicidio d’onore.

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Ma qual’è in realtà il ricordo più forte che si riporta da Jodhpur? Il panorama della città dall’alto. Passeggiando lungo le mura si ha una una visuale pazzesca, le case basse quasi tutte dello stesso colore una appiccicata all’altra tanto da sembrare un unico serpente di costruzioni. La mancanza di finestre è compensata dai grandi terrazzi sul tetto. Un luogo di relax dove anche chi ha una casa piccola può godersi l’aria, il sole e pure un pò di privacy, difficile da trovare in un centro congestionato. Se guardate bene potrete trovare ragazzini che giocano con le racchette o la palla, madri con i bimbi piccoli, signore che stendono i panni o lasciano seccare peperoncini, patate o papad di pasta di lenticchie.

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E ci sono papad stese come bucato al sole anche lungo le mura del forte, qualcuno le ha messe ad asciugare. Con il sole potente del Rajasthan non ci vuole tanto a seccare i cibi (e nessuno rinuncia a un frittino accanto al chai). Questa tecnica di conservazione permetteva di preparare delle scorte di cibo (peperoncini, patate, legumi, etc) da tirare fuori all’occorrenza ed evitare il deterioramento dei prodotti alle alte temperature (e in assenza dei moderni frigoriferi).

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Lungo il forte il percorso sembra interminabile, sulla via si incontrano anche teatri di burattini improvvisati, venditori, alcune case e pure un tempio hindu che nasce proprio da un’appendice del castello. Il Chamunda Mata Temple dedicato alla dea Isht, protettrice della famiglia, che Rao Jodha trasferì alla fondazione della città. Un po’ come gli antichi romani, le divinità protettrici dovevano sempre seguire il clan, ed erano (e sono) di fatto un membro della famiglia da rispettare, collocare nello spazio in una giusta dimora, e accudire ogni giorno. La lunga discesa (che poi diventerà salita, eh eh… mettetelo in conto) al tempio porta nell’angolo più panoramico del forte, il vento, le colline e le case che vanno via via diminuendo all’orizzonte. Se potessimo spiccare il volo in quella direzione vedremmo gradualmente iniziare il deserto, e magari raggiungeremmo le dune e le torri di  Jaisalmer.

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