Calcata sospesa nel tempo

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Luogo nascosto, rifugio degli artisti, borgo medievale dalle atmosfere incorrotte, Calcata è una cittadina sospesa nel vuoto e nel tempo, poggiata su una piattaforma di tufo e circondata dai fitti boschi della Valle del Treja. Pare una Montmartre campestre, prima del colonialismo turistico, trasportata nel paesaggio della Tuscia in un anno non ben stabilito e in un contesto molto più silenzioso. 

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Ad un primo sguardo l’aspetto di Calcata ricorda inevitabilmente quello di Civita di Bagnoregio ma non fatevi ingannare dalla apparenze, i due centri sono in realtà diversi quanto il giorno e la notte, somiglianti nei colori e nell’equilibrio precario delle rupi di tufo ma profondamente opposti nelle sensazioni che si provano varcando la soglia. Se Civita pare un piccolo museo a cielo aperto che celebra il suo lento morire tra le case abbandonate e le folle dei turisti, Calcata è una cittadina viva più che mai, le case sono permanenti, popolate e addobbate con stravaganza, per mostrarle a tutti (o come se nessuno dovesse vederle), c’è riserbo ed esibizionismo, silenzio e caos alla distanza di solo un passo, o al massimo due. Civita cerca di aggrapparsi al tempo la trascina via mentre Calcata l’ha già volutamente fermato. Le lancette dell’orologio vagano in un anno indefinito e anche il posto, seppur simile ad altri borghi del viterbese, è un non luogo con regole tutte sue.

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Ma se il ponte ripido e sospeso, e i paesaggi lunari intorno, sono i caratteri distintivi di Civita, di Calcata mi colpisce la ventata calda di vitalità, in un paese che a vederlo al di fuori sembrerebbe abbandonato, e isolato da tutto il resto.  Tantissimi gatti girano in libertà tra le sue strade, tenuti come principini e ben nutriti e coccolati. Abitanti ufficiali al pari delle persone, osservano, interagiscono con i visitatori e si ritirano nella loro privacy negli appartamenti o tra i corridoi di tufo.

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Il paesaggio dalle tante sfumature autunnali garantisce una certa malinconia e pare completare l’acquerello che di Calcata si riporta nella mente una volta a casa. Ma la tristezza è solo momentanea, per le sue strade si respira soprattutto energia, libertà e voglia di esprimersi. Tra botteghe d’arte e negozi un po’ hippy, troverete anche esposizioni d’antiquariato, di artigianato e pittura. Artisti si metteranno all’opera lungo i viali con tavolozze di colori, mentre nei forni tradizionali si producono biscotti e dalle cucine arrivano scie odorose di funghi, un profumo così intenso e ammaliante da seguire come sotto l’incantesimo del flauto magico.

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Le case sono particolarissime, ciascuna è diversa dall’altra e rispecchia lo spirito di chi ci abita, la sua creatività, la sua voglia di colori, di stravaganza o di esotismo. Sulle porte o sui balconi si può trovare veramente di tutto, dai ritratti agli strumenti agricoli, dai candelabri ai pelouches. Calcata è il fascino della decadenza, dell’equilibrio tra il pensiero e la realtà materiale, un po’ precario come la stessa rupe di tufo che sembra trascinarti nel vuoto.

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Per capire la bizzarra identità di questo luogo bisogna guardare indietro e cercare il motivo per cui divenne teatro di un improvviso spopolamento e ripopolamento.  Negli Anni Trenta il borgo antico venne creduto instabile a causa della supposta fragilità della base di tufo su cui poggia, coloro che ci abitavano lasciarono le loro case dall’oggi al domani per trasferirsi altrove. Calcata restò come un relitto sospeso nel vuoto, una cittadina fantasma destinata a mutarsi in un ammasso di rovine, ma a questo punto nasce una nuova storia. A partire dal Dopoguerra molti artisti italiani e stranieri scelsero di trasferirsi propriò lì per trovare un luogo alternativo e stimolante.

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L’esser nascosto ha permesso a Calcata di rimanere intatto e al sicuro dagli sguardi, una piccola isola nella quale il vivere è diverso, creativo, fuori dagli schemiAlcuni angoli sembrano abbandonati, altri brulicano di vita, di espressioni artistiche di ogni tipo, di voglia di fare, di comunicare. E come in un patto con la Natura, l’ambiente si vuole riappropriare dello spazio affittato temporaneamente all’uomo, i vicoli ti conducono a terrazze sul nulla, su una discesa vertiginosa nel vuoto, davanti ai fitti boschi tinti d’autunno. Prima di ripartire faccio collezione di immagini che cucio una accanto all’altra con disordine: simboli religiosi scolpiti all’interno di un’antica acquasantiera, piante di peperoncini affacciate alla finestra, grotte che diventano cantine (oppure serre), depositi di materiali diversi (che non si capisce se poggiati lì per caso un attimo fa o quindici anni prima).

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Calcata non è una location da fiaba quanto un posto in cui potrebbero prendere vita i sogni, ma quelli veri, poco rassicuranti e più scomodi che a modo loro tirano fuori storie che vorremmo dimenticare. C’è un’unica via di accesso (e anche di fuga), ed è un ombelico oscuro in cui le immagini a colori di Sant’Antonio Abate si contrappongono al volare dei piccioni, all’odore di chiuseo, ai vecchi giocattoli e alle damigiane di vino. Una volta entrato non puoi uscire per nessuna strada che non sia la porta principale della città, tutto il resto sprofonda nel baratro, in una serie di vicoli ciechi che ti impongono di tornare indietro.

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Da Calcata esco un po’ confusa, c’è di tutto, non c’è niente, può piacere a tanti e convincere pochi, mostrarsi e ritrarsi senza via di mezzo alcuna. Mi piacerebbe conoscere i suoi abitanti, vedere come sono le case dentro, cosa si osserva dalle finestre, passeggiare per quei vicoli anche di notte. Chissà come appare dall’altro lato, all’interno delle mura che dividono i residenti dai turisti di passaggio.

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