Il Museo Laboratorio di tessitura a mano Giuditta Brozzetti

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Perugia non è una città facile da conoscere e da capire. Ci sono nata e confesso che devo ancora imparare moltissimo della sua storia, delle sue tradizioni, di ciò che la rende unica e speciale, soprattutto agli occhi di chi la vede per la prima volta. E la cosa più strana è che spesso sono proprio loro a illuminarci: i turisti stranieri, a volte i primi ad accorgersi di realtà straordinarie che i cittadini annoiati ignorano o danno per scontate. In questi mesi mi sono concessa un full immersion di importanti visite per capire meglio questa città che nonostante tutto sento di conoscere solo in parte. Ed ecco che nei miei viaggi dietro l’angolo scopro vere delizie, personalità interessanti, ambienti magici, biografie avvincenti come romanzi. Oggi voglio raccontarvi di un luogo unico e tutto al femminile, il Museo Laboratorio di tessitura a mano Giuditta Brozzetti.

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All’interno della Chiesa di San Francesco delle Donne, ai margini delle antiche mura perugine, si trova uno degli ultimi laboratori di tessitura artigianale. L’edificio religioso duecentesco, ormai sconsacrato, è stato il primo ad essere intitolato al patrono d’Italia (e quando il santo era ancora in vita). Lungo la navata non troverete panche per la preghiera ma antichi telai del settecento e ottocento, tessuti colorati nati con lentezza e amore, manufatti preziosi, come la storia che li lega alla famiglia di imprenditrici e al territorio.

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Perchè investire la propria vita in un’idea? Cosa c’è di più coraggioso e anche di più grande? Sono domande che vi spunteranno inevitabilmente in testa una volta a casa, ripensando alla visita del laboratorio ma soprattutto all’incontro con Marta Cucchia, erede della fondatrice Giuditta Brozzetti e custode di un archivio storico di inestimabile valore. Un museo vivo, che non si presenta dietro teche di vetro ma prende corpo ad ogni gesto, si evolve come la tela e ti trascina in un mondo sospeso nei secoli.

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Marta è una persona bella. Incontrarla non lascia indifferenti e ti stampi la sua fisinomia in testa al primo sguardo, ferma in un cassetto della memoria. Un’artista, una donna coraggiosa e simpatica dotata di intelligente ironia, una perfetta storyteller. La storia del laboratorio è avvincente, anzi avventurosa. A volte non occore andare troppo lontano per stupirsi davvero, si possono trovare storie anche intorno a noi, non elementi di fiction ma vissuti reali. Richiami al sacro, al medioevo, all’archeologia industriale, all’innovazione, in un gioco di contrasti troverete un ambiente sospeso nel tempo ma non statico, al contrario in piena attività. Marta vi trascinerà in un passato che a fatica resta a galla, schiacciato dalla freddezza di una  realtà fatta di conti, calcoli, tabelle di marcia ed etichette. Un presente piuttosto inclemente con tradizioni passate e giudicate superate, dispendiose e superflue.

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La visita è un’esperienza che coinvolge i sensi, i rumori dei telai, i colori dei tessuti, il sole che filtra dalle grandi vetrate, l’odore dei filati che si abbracciano ad ogni agile gesto delle sue mani. Non ve ne importa nulla della tessitura a mano? Andate comunque a visitare il Laboratorio, il tempo che passerete lì saprà risvegliare in voi qualcosa, e la prossima volta che osserverete opere del Ghirlandaio, di Giotto e del Lorenzetti (ma anche di Leonardo) inizierete a fare caso a quei tessuti che spesso appaiono nei dipinti (ma sui quali l’occhio non si ferma mai abbastanza).

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Le tele perugine, tanto amate e ambite da far parte del corredo di nobili e sovrane, sono un’arte che nel corso dei secoli scivolò via dai commerci internazionali e dai desideri dei ricchi e potenti. Questa tradizione continuò però a vivere nelle case dell’Umbria rurale e venne tramandata da madre in figlia nella vita domestica. Fino a quando l’imprenditrice perugina Giuditta Brozzetti, nel 1921 , non decise di riprenderne la produzione in larga scala, imparando un mestiere a tante ragazze in cerca di occupazione. Le capacità imprenditoriali della fondatrice dell’Atelier, Giuditta Brozzetti, crearono un laboratorio attivo e dinamico, nel quale la produzione fu d’aiuto anche alla ricerca storica e all’emancipazione femminile.

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Inutile dire che i lavori finiti sono di una bellezza disarmante, nei tessuti prendono vita simbologie ed emblemi della città, nessun capo è uguale all’altro e il loro fascino è magnetico.

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Mentre ascolto la storia di ogni capo (eh si, perchè ognuno potrebbe avere una sua carta d’identità) inizio a volare con i miei pensieri in Sud America, mi ricordo di aver ascoltato proprio lì racconti sul valore della tessitura, dei colori e dei motivi simbolici come mezzo per tramandare tradizioni, storie e identità culturali, come un libro aperto che non si tinge d’inchiostro ma di tanti stati d’animo, energie e intrecci. Per gli incas era addirittura l’unica forma di scrittura, tramandarla di generazione in generazione è tutt’ora un obbligo morale. Certo si tratta di mondi profondamente diversi ma per una attimo il mio cervello me li sovrappone, in entrambi i casi a colpirmi è la volontà di preservare un archivio prezioso, considerato erroneamente “solo” artigianato e non una forma d’arte. Una finestra di dialogo tra il passato e il futuro.

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La proprietaria ed erede del laboratorio, Marta, è una donna che vive per la sua vocazione, ma non solo, nei suoi discorsi sento un forte senso di responsabilità verso un mondo che custodisce e che vuole mantenere in vita, le sue parole, spesso scherzose e pungenti, trasmettono un passione strabordante e incondizionata per la sua professione. Già ve lo anticipo, la sua personalità vi conquisterà.

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