L’abbazia di San Galgano e la spada nella roccia

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Tra le foreste della Val di Merse, attraversando strade tortuose dagli alberi alti, l’abbazia appare maestosa come un tempio tra i campi arati. In una piana solitaria, silenziosa e in rovina, senza pavimenti né soffitto, tra le navate di San Galgano non c’è profumo di candele o incensi ma d’erba fresca. Ricorda alcuni luoghi dell’Irlanda e la trascina in una dimensione pacifica ma al tempo stesso misteriosa. Tra i merletti dei rosoni si intravedono le nuvole, e il sole risplende, non grazie ai vetri ma nell’azzurro del cielo.

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Il complesso di San Galgano è una maestosa abbazia gotica costruita a partire dal 1218. Dopo secoli di splendore iniziò una discesa a picco improvvisa, la grande chiesa venne dimenticata, lasciata in mano alle intemperie e agli sciacalli, e pare anche smontata e venduta pezzo per pezzo da un commendatario senza scrupoli nel Cinquecento. Ma dove trovarono tutti questi soldi i monaci cistercensi tanto da erigere un complesso così grande? Pare da lasciti e ricche elemosine concesse dai nobili. Oltre che dalla mano protettiva e danarosa di alcuni imperatori. Insomma l’economia girava bene ma a un certo punto ha smesso di farlo e i pochi rimasti nell’ordine si trasferirono a Siena. Nonostante tutto le mura del perimetro si ergono pressoché intatte. Ironia del destino l’abbazia è oggi più famosa e bella di quanto lo sarebbe stata con i suoi materiali di copertura ancora addosso. E per tetto un cielo di stelle. Non a caso è permesso ai visitatori l’accesso fino alle 23.00 per poter osservare la notte all’interno delle rovine.

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Una breve passeggiata in collina divide l’abbazia dalla rotonda di Montesiepi. Due luoghi di culto diversi nella forma ma uniti da una stessa storia che si tinge di leggenda. Quale dei due è nato prima? Sembra un gioco di parole ma tutto gira intorno alla rotonda.  Nella piccola chiesa circolare si cela ancora oggi una reliquia molto affascinante che rese quella terra un luogo sacro e frequentato da monaci e pellegrini , una teca sul pavimento di marmo custodisce la spada nella roccia. Sul vetro della copertura si specchiano i 24 cerchi concentrici chiari e scuri del soffitto.

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La spada ci racconta una storia, la conversione di un uomo comune che  tutto avrebbe pensato in giovinezza fuorché divenire santo, Galgano Guidotti, un cavaliere che amava sia le armi che la bella vita.  nato a Chiusdino, un borgo poco distante.  E ad un certo punto la storia documentata lascia spazio alla leggenda. Si racconta infatti che l’Arcangelo Michele gli apparve lo condusse fino alla collina di Montesiepi, ancora disabitata. Visioni e i sogni frequenti lo spinsero un giorno a cambiar vita, decise di dedicarsi alla pace, al ritiro e alla meditazione. Rinunciando alla carriera militare Galgano conficcò la sua spada in una roccia, che divenne una croce, davanti alla quale rifugiarsi e pregare.

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Il culto Galgano divenne molto popolare tra i cavalieri suoi contemporanei, tanto che il monaco di Montesiepi venne santificato in tempo record. Un precursore di San Francesco nella rinuncia alla guerra per diffondere messaggi di pace e d’umiltà? Ma come non collegarlo anche a Re Artù? La leggenda della spada nella roccia fa pensare subito a lui, ma il gesto è al contrario, il re del ciclo arturiano invece che piantarla la estrae. Ci sono connessioni tra la biografia del santo e le vicende narrate? No, Forse, Si. Insomma c’è materiale sufficiente per far impazzire cacciatori di misteri e numerologi a volontà.

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Ed ecco un’altra curiosità, le ossa chiuse in una teca di vetro non sono reliquie di San Galgano ma le mani di un ladro che tentò di forzare e spezzare la spada. Pare che sia stato attaccato da un animale selvatico e privato degli arti per punizione divina. I resti delle mani furtive stanno ancora lì, direi che lo slogan medievale è ben chiaro oggi come allora (non toccate la spada! guardate che succede).

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La leggenda è di per sé molto affascinante e non fa che aumentare l’aura magica e spirituale al tempo stesso che aleggia su questo nascosto angolo di Toscana. Il gesto simbolico ed espiatorio del cavalier Galgano celebra il distacco dai vincoli sociali, una rinuncia che lo allontana dai piaceri ma lo rende anche libero dalle regole e dalla guerra. Monachesimo medievale, o anche ascetismo buddhista, tutto parte dal silenzio, da un momento di rottura con ciò che c’è stato prima, dalla volontà di cambiare qualcosa in se stessi e nel mondo.

 

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