Le Ville, molto più che un presepe

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Da lontano si vede una montagna ricoperta di luci, piccole fiammelle gialle che si perdono nella notte e indicano un cammino piuttosto lungo, oltre 250 figuranti in un percorso che si snoda in un chilometro tra le case e la collina,  splendidamente interminabile, almeno per essere un presepe vivente. Cura nei dettagli della rappresentazione, tutto è sistemato come in un set cinematografico, dagli scenari ai piccoli oggetti, dalle musiche a tema (impero romano, grotta, valle dei lebbrosi), ai costumi, estremamente realistici.  Non saprei descrivere il presepe a Le Ville, una località nei pressi di Monterchi, in provincia di Arezzo, perchè onestamente non ho mai viso niente di simile.

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Entrando mi era stata consegnata in mano una cartina e non avevo capito perchè. C’è bisogno di una mappa ad un presepe vivente? Subito non l’ho aperta, l’ho messa in borsa. E ho sbagliato. Se l’avessi guardata anche solo un secondo mi sarei accorta delle importanti dimensioni dell’opera. Il presepe è immenso, grandissimo e bellissimo. All’ingresso non potevo saperlo, passo dopo passo mi sono resa conto che non era uno dei tanti ma qualcosa di molto (molto) diverso.

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Visitare questo presepe è un’esperienza sensoriale completa, si può assaggiare la focaccia, la bruschetta e il vino, si viene avvolti dai profumi d’oriente, dalle spezie del mercato e piccole stecche d’incenso bruciano in un angolo nascosto dell’oasi dei Re Magi per rendere il tutto più stimolante. Ho apprezzato i piccoli dettagli, e in particolare ho notato una cosa, nessun figurante era messo a caso, tutti sapevano come muoversi, dove guardare, come interagire (e soprattutto come non interagire) con il pubblico. Non ho visto sguardi fissi nel vuoto o dritti alla gente. Tutto sembrava così intimo e naturale, come se stessimo veramente spiando la vita quotidiana di un’epoca che non c’è più. Persone invisibili sbarcate da una momentanea macchina del tempo che riparte nel giro di due ore.

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All’ingresso statue e aquile imperiali, si entra nella Roma dell’Impero che si estende fino a Oriente. La messa in scena di un triclinio, si mangia, si beve, calici alzati, danzatrici e fontane, drappi rossi ed elmi scintillanti. Davanti al nobile banchetto una mendicante che guarda la scena in disparte. Dopo solo pochi metri ero già innamorata di questo presepe, l’intensità di questo faccia a faccia non può essere casuale, e tutti i figuranti, soprattutto la signora che impersona la mendicante in abito nero, sono perfetti nell’aspetto così come nelle performance.

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Si perchè non basta esserci e fare finta. La rievocazione in questo presepe è attenta e ben bilanciata, perfetto il linguaggio del corpo, gli sgurdi, l’uso delle ombre e delle luci. Un applauso di cuore agli organizzatori, non è affatto facile creare una simile intensità tra i viali di case abitate (e anche moderne) e una strada campestre. L’immaginazione può tutto. Può tutto davvero. Continuo a camminare e trovo gli antichi mestieri, lo scalpellino, il tintore, le filatrici di lana, l’arrotino, il falegname e il piccolo apprendista di bottega. Più avanti la piazza del mercato, il macellaio con le lame affilate, ceste di verdura, aromi e unguenti, tessuti, spezie e colori. Dall’alto un terrazzo diventa la Sinagoga e a fianco il Palazzo di Erode sorvegliato dalle guardie tra stoffe e tappeti.

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La gente è veramente tanta, si cammina in costante fila ma la cosa ha i suoi lati positivi, c’è più tempo per apprezzare i dettagli di ogni singola scena. Una lenta salita conduce al forno, e poi si scende di nuovo passando per altre botteghe artigiane.  Ci sta bene una pausa alla taverna, un piccolo punto di ristoro perfettamente inserito nel contesto del presepe e non meno affascinante.

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Si prende poi la via della collina e dall’alto è possibile rendersi conto delle dimensioni reali della messa in scena, e un fascio di luce azzurra indica la Natività. C’è ancora altra strada da fare tra la vendemmia, gli olivi, una ruota trainata dall’asino, i cordai e gli intrecciatori di cesti. Attorno alla Capanna angeli e pastori come nel presepe di casa, ma tutto su grande scala. Non siamo in un plastico, ad un certo punto diventa difficile crederlo.

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Spettacolare il mulino a due piani con la macina, le bilance, un lavorìo costante e tantissime fiaccole nelle varie parti dell’edificio. E’ così illuminato che inizia a vedersi già da lontano.  In un suggestivo scenario costruito ad hoc le lavandaie e il pescatore stanno ai lati opposti di un lago artificiale. Ma da lontano si sentono dei lamenti? Chi sono? Nei vari livelli di una montagna si muovono come fantasmi un gruppo di lebbrosi. Le bende che penzolano dai rami degli alberi sembrano mettere in guardia chi passa, un quadro all’improvviso drammatico e inaspettato ma davvero costruito ad arte.

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Il presepe si chiude in bellezza e con toni rassicuranti ed esotici. Gli ultimi passi sono nell’oasi dei Re Magi, tra palme, narghilè, incenso che brucia e tende fissate del deserto. Si esce alla fine. Ancora increduli. Il giro è stato lungo ma estremamente suggestivo, l’illusione è stata forte, un’immersione totale.

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