L’Eremo di Montecorona, racconto di un luogo di semplicità, pace e armonia

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Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di poter visitare (in un’apertura al pubblico del tutto straordinaria) un luogo che di solito vive nel silenzio, isolato dalla società e dagli sguardi esterni. Dall’Eremo di Montecorona ti allontani ma a lungo non smetti di pensarci, ti restano impressi i sorrisi, le parole, i colori tenui e la pace. Ciascuno coglie attimi e sensazioni diverse ma l’entusiasmo delle gente lì, ad attendere su quella piazza in salita, era palese e materialmente visibile. Dato l’interesse che questa giornata a sorpresa ha generato spero che prima o poi si replichi, così che altre persone abbiano la possibilità di conoscere questo bel posto sospeso nel tempo.

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L’Eremo si trova proprio in cima al Monte Corona, all’interno di un’area naturale protetta, non così inaccessibile ma lontano e appartato da tutto il resto, invisibile in mezzo agli alberi alti e i sentieri nel bosco.  Fu fondato in seguito all’Abbazia di San Salvatore ai piedi della montagna, dal 1530 si avviò la costruzione di piccole case per l’eremitaggio, disposte sulla collina come una scalinata, e dei luoghi per la vità di comunità: la chiesa, le aule e il refettorio. Dall’unificazione d’Italia, nel 1861, l’Eremo cessò di essere un bene della Chiesa per passare di mano e cadere nell’abbandono, dopo oltre un secolo di rovina fu donato alla Famiglia monastica di Betlemme dell’Assunzione della Vergine Maria e di San Bruno e iniziarono lenti i lavori di restauro negli Anni Ottanta, ancora oggi molte porzioni del complesso, tra cui la chiesa principale, necessitano (e attendono) grossi restauri.

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La visita del complesso è stata accompagnata e spiegata dai monaci stessi, che al termine del giro hanno anche offerto un ottimo rinfresco a base di pizza, torta al cioccolato e bevande. Un gesto d’accoglienza molto gentile anche se adessere grati eravamo noi, gli oltre cinquecento che hanno varcato la soglia e seppur bonariamente “invaso” i loro spazi e i loro ritmi di vita.

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L’Eremo è un luogo dall’aspetto semplice ma ben organizzato, si passa dalla chiesa di recente costruzione al refettorio, un’aula grande nella quale i monaci dividono il pasto della domenica.  C’è ancha una fornita biblioteca, per la formazione quotidiana dei monaci, i quali dedicano una parte importante della propria giornata allo studio. Questo luogo, seppur in chiave più semplice e  moderna ricorda l’atmosfera degli antichi monasteri,  luoghi dove si conservava la cultura nel Medioevo, e che erano strapieni di libri, preziosi e rari, copiati a mano prima della diffusione della stampa.

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Si giunge infine alle celle, stanze semplici ma accoglienti nelle quali i monaci passano le loro giornate, attraverso un armadietto posto a fianco della porta vengono lasciati i pasti e alcuni libri, messaggi o materiali richiesti dal monaco per le sue attività. Solo la domenica mangiano insieme, gli altri giorni da soli nelle proprie casette. A rotazione un monaco si occupa di lavare gli abiti di tutti e cucinare per gli altri fratelli.  E’ un convento di clausura ma i monaci si incontrano per la messa e per il lavoro, si svegliano in modo autonomo prima dell’alba per la preghiera e con la messa inizia una nuova giornata.

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Un luogo di ritiro ascetico ma, come in altri monasteri, l’organizzazione degli spazi è ben definita. Le preghiere segnano ogni fase della giornata, i ritmi sono scanditi con orari che appartengono solo alla comunità e nel distacco da tutto ciò che invece la società costruisce e rincorre. Alcuni monaci più solitari hanno scelto di lavorare nelle proprie celle ed hanno un piccolo laboratorio proprio accanto al luogo in cui mangiano, dormono e studiano.

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Nell’eremo si producono oggetti di artigianato in legno e delle ceramiche dalla fattura davvero unica, si lavorano incensi profumatissimi, presepi e statuette. Ed è proprio attraverso una di queste opere artigianali che ho scoperto questo luogo. Di solito odio andar per fiere, c’è sempre troppa gente e poche cose interessanti, l’unico angolo che mi ha veramente catturata alla fiera di Umbertide è stato quello degli oggetti realizzati dai monaci dell’Eremo di Montecorona, lì ho letto anche un volantino che proponeva l’apertura e la visita del complesso monastico in via eccezionale (e la data me la sono ben appuntata). Mi sono innamorata dei piatti, delle tazzine, di quegli utensili dall’aspetto unico, originale e semplice. Ho comprato un pezzo e l’ho guardato spesso, l’ho usato per le mie ricette e il suo colore neutro ma caldo non stona con niente, dalle olive alla focaccia, fino ai piatti indiani (eccola quì la mia ciotolina).

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La vita monastica, che secoli fa era una strada da scegliere per molti oggi appare come una scelta estrema e difficile da spiegare. Camminare tra gli edifici di un luogo di clausura oggi, dove persone restano per propria scelta e vocazione, è come un codice indecifrabile. Non è un sito abbandonato, non è un museo ma una casa, uno spazio vivo nel quale fluisce non solo la preghiera ma anche la quotidianità di una comunità reale. Non è possibile capire, nè vivere questo mondo restando all’esterno, ciò che arriva è una sensazione profonda di pace, di bellezza nella semplicità, di umanità e di calore.

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Lo scorso 1 ottobre le porte dell’eremitaggio si sono aperte ma nessuno si aspettava così tanta gente. Cinquecento persone in attesa, macchine da lasciare a distanza di chilometri e una marea di voci in ogni angolo della piazza, per un luogo che vive nel silenzio non deve essere stato facile accettare così tanto rumore, commenti e schiamazzi. Per fortuna il mio gruppo era abbastanza disciplinato, durante la visita parlava poco e osservava tanto, il silenzio è stato fondamentale per capire e sentire meglio ogni cosa, concentrando i sensi nella vista e anche negli odori, come il profumo del rosmarino negli orti, che potevi avvertire in modo chiaro anche stando lontano. E la quiete, l’armonia con la natura, l’umidità del bosco nella quale l’eremo è completamente immerso, nascosto e abbracciato.

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