L’Ex Lanificio di Ponte Felcino

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Approfittando dell’apertura straordinaria promossa dall’Associazione Luoghi Invisibili ho passato un sabato pomeriggio piuttosto insolito, tra i grandi ambienti di un’azienda storica di Perugia nota a tutti ma ormi chiusa da due decenni. L’Ex Lanificio di Ponte Felcino è un’immagine che ogni cittadino conosce, almeno da fuori. Il profilo della ciminiera in mattoni rossi, inconfondibile, è parte del paesaggio e si identifica facilmente anche da lontano. In attesa di vedere come l’area verrà riconvertita ho fatto un’interessante visita guidata per conoscerne la storia, gli interni e le architetture.

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Anche se il periodo d’oro della produzione del lanificio si è concluso da tempo di certo frugando negli armadi dei perugini sarà facile ritrovare delle coperte “nate” proprio tra quelle mura. L’azienda, oggi un insieme di padiglioni dismessi ma ancora in buono stato, riporta agli occhi un esempio di impresa locale che oggi tende a scomparire, fu un centro produttivo importante che arrivò ad impegnare anche trecento operai, una fabbrica tessile dalla quale uscivano tantissimi prodotti di qualità e con alle spalle 150 anni di lavoro. La struttura è oggi in mano alla società Les Copains, dal 1996, anno della definitiva chiusura, l’interno è completamente svuotato, sono stati portati via tutti i macchinari e in gran parte rivenduti pare ad una società indiana (chissà se comprando maglioni in India mi è capitato tra le mani qualcosa lavorato con quei telai, dopotutto oggi il mondo è piccolo).

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Che gusto c’è a visitare un’azienda chiusa? Me la sono posta questa domanda non solo quando ho prenotato la visita ma anche mentre stavo per arrivare al punto d’incontro, mentre varcavo la soglia e anche poco prima che nel gruppo iniziassero le prime spiegazioni. Decidendo di voler vedere questo posto sono andata a istinto, la curiosità ti porta ovunque e non ci sono strade principali e secondarie per conoscere nuove storie. E di voci, di vicende umane, di decenni positivi e negativi, le mura di questa ex azienda ne hanno immagazzinate a tonnellate. Il presente cambia le cose ma il passato in qualche modo ne resta aggrappato, pure se la forma è diversa, se le stanze si svuotano, se le sirene smettono di suonare.

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Per sentire la storia di un luogo spesso non occorre neanche vederla. Nella grandi stanze illuminate dalle vetrate non si sentono voci, nè si incontrano volti, rumori, odori. C’è il vuoto, riempito solo dall’immagine degli alberi che contornano il Tevere, e che paiono appesi alle pareti come quadri d’arredamento. I luoghi frequentati da tanta gente, occupati da materiali, macchine e rumore, una volta che tutto si ferma assumono un aspetto abbastanza irreale, e anche affascinante. Al momento questo grande gigante giallo, dall’aspetto massiccio ma dall’interno aggraziato e leggero, pieno di luce, si trova in una via di mezzo tra ciò che c’era prima e ciò che (si spera) verrà in futuro. Abbandonato ma non in decadenza, sospeso in una specie di limbo. Ci sono progetti per riqualificare l’area e usare la superficie (tra l’altro molto vasta) per nuovi scopi, dalla creazione artigianale alla ristorazione e al tempo libero. Da quello che ho capito ne dovrebbe uscir fuori una specie di mini città polifunzionale con spazi per il lavoro, la vendita ma anche punti d’incontro e d’intrattenimento. Ci sarà da rivedere di certo la viabilità dell’area, già abbastanza contorta e difficile.

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A fondare l’azienda furono nel 1862 i fratelli Bonucci che avevano già un laboratorio a Perugia in zona Porta Sole (e lo stemma del rione è tuttora visibile ai piedi della grande ciminiera), l’energia proveniva dalla centrale idroelettrica poco distante che sfruttava il potenziale delle acque del Tevere. Entrando nel cortile interno è possibile vedere ancora una traccia dei primi spazi di produzione del lanificio, l’antico e il più moderno come strati di una torta. Purtroppo gran parte dei locali storici fu distrutta dalle fiamme e oggi ne resta solo una piccola parte (facile da idenficare dal colore e dalla forma ovale delle finestre).

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L’immagine del lanificio è cambiata nel corso degli anni, si è ampliato, è cresciuto, è stato ripensato, è stato teatro della vita quotidiana di molti ma anche vittima di incendi e furti, come la recente sottrazione massiva dei pannelli di rame (in seguito abbandonati e ritrovati lungo le sponde del fiume). I danni peggiori però furono causati dalla Seconda Guerra Mondiale, l’area del lanificio venne minata e i macchinari e gli ambienti ne uscirono quasi distrutti. Tuttavia, l’azienda riaprì miracolosamente poco dopo il disastro, gli operai la rimisero in piedi con le loro mani svolgendo anche lavori di ristrutturazione edile.

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Silvio Guelpa, già direttore dell’azienda dagli Anni Venti, risollevò le sorti del Lanificio nel dopoguerra. L’imprenditore diede nuovi impulsi e la produzioni durante il boom economico dei decenni successivi fu notevole. Era un’azienda moderna che dava lavoro a gran parte della popolazione locale, un marchio noto e apprezzato, identità di un territorio specifico come la Perugina e il Pastificio Ponte. A guardarla oggi appare una fabbrica atipica quanto bella, soprattutto perchè a due piani e con ampie vetrate che lasciano passare la luce naturale. Data la pesantezza estrema dei macchinari i solai vennero rinforzati per sopportarne il peso e resistere anche ad eventuali calamità. Ai progetti sulla stabilità e sicurezza del Lanificio lavorò anche Sisto Mastrodicasa ingegnere perugino (incaricato anche del consolidamento del Ponte Vecchio e della Cupola del Brunelleschi negli anni successivi al conflitto bellico).

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L’immobile ben si presta ad essere riprosto e rigenerato, ha una lunga storia alle spalle ma è infondo ancora giovane. Una fabbrica a ridosso del verde e del Tevere, circondata dagli alberi e non da un’anonima periferia. In un’immagine anche un po’ romantica (dipinta sulla parete del cortile interno) l’Ex Lanificio appare ben inserito nel paesaggio come un’identità familiare e in una forma ben diversa da i soliti capannoni. Chissà quando sarà possibile entrarci di nuovo, e vedere in che modo la struttura tornerà ad essere utile ai cittadini.

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