Il villaggio della minoranza etnica Yao

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Altro giro e altra corsa. Si risale in bus con un nuovo gruppo (in cinese). Un po’ per comodità, un po’ per risparmio questi tour proposti in loco si sono rivelati una buona formula. In ogni città durante la prima passeggiata di rito davo uno sguardo alle vetrine delle agenzie di viaggio, se vedevo qualche foto, presumibilmente pubblicità di visite in partenza, mi fermavo a chiedere.  Can I join the group? La risposta è stata sempre si. E ne ho viste delle belle. Ma senza capire una cippa. Appena tornata dai vari giri correvo ad occupare il computer a disposizione nell’ostello. Una sera al rientro, ancora piuttosto confusa, ho scritto lettera dopo lettera  Y a o –  M i n o r i t y – V i l l a g e.  Mi sono riapparse le immagini appena vissute, corredate da una lingua finalmente per me comprensibile. A quel punto rimettere insieme i pezzi fu un attimo.

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Da Guilin lungo la strada verso le montagne si incontrano foreste di bambù che si muovono al al vento come onde del mare e risaie su risaie, campi coltivati e villaggi con case in legno dove vivono quasi esclusivamente minoranze etniche. Ogni gruppo cerca di mantenere vive le proprie tradizioni, costumi e stili di vita che nella Cina moderna si stanno perdendo. Il giorno precedente sono stata a Ping’An per vedere le Terrazze della Spina Dorsale del Drago, la zona mi è piaciuta moltissimo e decido di bissare l’esperienza visitando il villaggio di un’altra minoranza etnica, la comunità Yao, a sua volta divisa in tanti sub-gruppi che vivono in aree remote a cavallo tra Cina e Vietnam.

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Nelle campagne attorno a Longsheng le donne Yao usano vestirsi di nero e di fucsia, indossano capi ricamati finemente e orecchini a cerchio d’argento, per tradizione non si tagliano i capelli.  Le lunghe chiome vengono acconciate e poi coperte da un tessuto nero ripiegato intorno alla testa. Mi viene in mente la religione Sikh e la pratica di non tagliarsi mai i capelli che continuano a crescere per tutta la vita disposti con ordine sotto al turbante. Due mondi diversi senza contatti né legami storici, per un secondo uniti da un mio ponte immaginario.

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Dalla fantasia passo poi al ponte reale. Calpestando una passerella mobile (e instabile) che dicono essere sicurissima. Mi fido. Il fiume limpido scorre sotto ai piedi, l’acqua è visibile tra le tavole di legno legate. Ho i capogiri e dopo neanche metà tragitto torno indietro. L’avventura non è il mio forte, meglio camminare sulla terraferma. Poco distante c’è una sorgente termale, l’acqua che scorre a tratti impetuosa e a tratti calma (quasi stagnante) discende proprio da quella fonte della salute usata dai locali a rimedio e prevenzione delle malattie. Ha un odore appena accennato, non pungente né sgradevole. In alcuni punti è appena tiepida, in altri fresca come un torrente. Ci saranno delle correnti sotterranee. Provo a chiedere alla guida ma non riusciamo a capirci. Rimango nel dubbio e continuo a camminare, finalmente si raggiunge il centro abitato.

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Appena arrivati nella via principale del villaggio il gruppo cinese entra in una stanza e ci invitano a metterci seduti. Inizia una specie di spettacolo sulle tradizioni e i costumi dei locali. Mi sembra un po’ troppo costruito a tavolino e dato che il tempo è poco esco a farmi una passeggiata da sola. Il paese è piccolo e tutto in piano, non corro il rischio di perdere d’occhio i movimenti della comitiva. Incontro per i vicoli delle ragazze che stanno giocando a carte, donne che vanno a prendere le provviste con delle ceste a bilancia, bimbi che giocano con le cordicelle e degli uomini anziani che guardano seduti su uno sgabello l’autobus dei turisti arrivati dalla città.

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Gli uomini sono in campagna, lavorano la terra o fanno cataste di legna. Qualcuno cucina e arrostisce direttamente sulla strada. Ci sono varie signore che vendono gonnelle, cinte e tessuti pieghettati e ricamati.. Vengono anche dai villaggi vicini per vendere oggetti che producono loro stesse.  Ne compro un po’ per me e un po’ da regalare senza pensare se avrò o meno spazio nello zaino. Non riesco a resistere e inizio a prendere quello, quello e anche questo. Nel viaggio di ritorno ho già qualche ripensamento.

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Arriva una signora, si avvicina e mi chiede se voglio vedere la sua casa. Varco la soglia un po’ timida, che devo fare, salutare, sedermi, comprare qualcosa? Chiedo se posso scattare una foto, sorride e sembra visibilmente felice, infondo è stata lei a “rimorchiarmi” dalla strada, mi sento libera dal senso di colpa per essermi infiltrata. Alla fine dopo una strana conversazione fatta di gesti e sorrisi capisco che non vuole nulla, neanche vendere degli oggetti. La ringrazio (non saprei dire come dato che non conosco una parola). Ancora una volta gli ostacoli linguistici mi impediscono di capire e di comunicare.

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Con la coda dell’occhio vedo che il gruppo sta tornando nell’autobus. Corro a raggiungerli e tanto per cambiare sono l’ultima a salire e quella con la faccia più stanca. La lezione di ieri non mi è servita a niente, anche oggi ci ho dato dentro con i souvenirs e ora accanto al bustone di riso ho pure una collezione di tessuti Yao presi in preda all’entusiasmo del momento. Il bus riparte e la guida parla in cinese, avrà spiegato tante cose che non riuscirò mai a sapere. Devo accontentarmi di ciò che ho visto. Quando non parla lascia la radio con musica (cinese) vellutata e rilassante. Mamma mia che sonno. Mi cala la palpebra. Il paesaggio si colora di rosso e arancio con il tramonto. Ad ogni chilometro mi sembra più bello ma a un certo punto, puff, mi addormento.  Ho spudoratamente dormito per tutto il viaggio. Mi sveglia qualcuno già alla stazione di Guilin, non c’è più la radio e tutti sono scesi. Ancora una volta l’ultima. E la più stralunata.

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