L’Umile Amministratore e l’arte del giardino

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Anche se non sono gli unici giardini di Sozhou, quelli dell’Umile Amministratore sono tra i più famosi di tutta la Cina e i più belli della dinastia Ming. Ma di cosa si tratta? Piante, siepi e pagode che si specchiano sull’acqua, ponticelli inarcati come spine dorsali e passaggi a zig zag, progettati per scacciare gli spiriti maligni e stimolare i pensieri.  Un misto di botanica, architettura e filosofia che ha come risultato scenari di rocce, laghetti, padiglioni e i giochi di riflessi, un sapere millenario che cerca di creare armonia tra l’uomo e il paesaggio.  E come mai questo nome? Chi era l’Umile Amministratore? La storia corre indietro al Cinquecento, quando Wang Xianchen, un alto funzionario di stato, una volta lasciata la sua carica pubblica iniziò a creare un giardino nel quale ritirarsi, al progetto dedicò gran parte della sua vita con studio, pazienza e amore.

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Prendere un treno locale da Shanghai alle sei di mattina, quando la baia è ancora coperta di foschia e non ci sono troppe persone in giro, è già surreale. La città pare svuotata. Un plastico di gratticieli senza pedine. E poi l’arrivo a Suzhou, dopo neanche un’ora, è con il freddo pungente e le strade che iniziano malapena a svegliarsi. Piuttosto che incontrare le persone e le macchine in giro mi isolo entrando in un giardino, uno dei simboli di Suzhou, luogo turistico ma poco frequentato in inverno (i vantaggi della brutta stagione), invaso da un silenzio magico, che in pochi altri luoghi della Cina si riesce a trovare. Dato che sono capace di far seccare anche una pianta grassa, la cura e la perfezione di questi luoghi mi sembrano modelli impossibili da raggiungere. E sono incantanta.

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Non sono affatto un’esperta di giardini cinesi ma la sensazione che si prova a seguirne i percorsi è molto intensa e chiara come un cristallo. Niente è messo a caso ma ha una progressione e un ritmo ben preciso, come uno spartito. E in fondo il giardino è anche un po’ musica, un accordo tra elementi. Si costruisce per se stessi quindi ma pensando a ciò che si vuole comunicare, mettere in vita e lasciare agli altri, come anche nella tradizione italiana è un percorso da seguire attentamente, se si esce uguali a come si è entrati vuol dire che qualcosa non ha funzionato.

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Curare un proprio giardino è un processo di crescita, la rappresentazione materiale di un cambiamento spirituale. Sintesi tra ciò che c’è dentro (ed è intangibile) e ciò che c’è fuori (il reale, il visibile). Essendo un riassunto deve essere stringato, e dritto al segno. Non si posseggono spazi infiniti e nell’organizzazione dell’ambiente bisogna fare i conti con le risorse, il clima, la tipologia del suolo, la pendenza. Il bianco è il colore prediletto per gli sfondi, una base per far risaltare  il resto. Tutto era carico di energia vitale nonostante l’assenza di fiori, un ambiente verde, rigoglioso e vivo pure in gennaio, nel pieno dell’inverno cinese.

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Appare una natura artificiale ma dagli equilibri perfetti, creati e organizzati in modo scientifico, seduti a tavolino. Si intervallano geometrie di apertura e di costrizione,  prospettive guidate, porte che ricordano la luna, da attraversare abbassando il capo. Il giardino cinese si ispira alla filosofia Taoista, da Tao – la via, un percorso nel quale il passato, il presente e il futuro si uniscono, e ingloba elementi opposti che si completano (lo ying e lo yang), per esempio figure statiche (le pietre) e dinamiche (l’acqua), ciò che nasce spontaneo (l’erba, il muschio) e ciò che viene piantato in un luogo preciso (gli alberi, le siepi). Anche elementi esterni fanno parte del giardino, se sono visibili in lontananza c’è sempre un perchè. Se non serviva a niente sarebbe stato coperto.

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Pensare, progettare e curare un giardino è un’opera d’arte, una forma di creazione e sacrificio quotidiano. Anche se c’è tanta gente il giardino appartiene per un po’ ad ogni singolo e crea con ciascuno un dialogo diverso. Non è solo un luogo bello da vedere ma tutta un’affascinante metafora. Anche se non ha una propria “voce” sembra suggerire dove è necessario camminare, dove fermarsi a pensare, dove cercare la solitudine, dove invece la compagnia degli altri. Ma comunque, e in ogni caso, invita ad andare con calma. A praticare la pazienza e a sapersi ascoltare, a riflettere sui propri passi, a guardarsi intorno senza dare niente per scontato, a sentirsi in sintonia con l’ambiente che ci ha generati, e che noi stessi trasformiamo, sia in positivo che in negativo.

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