Ping’An e la Spina dorsale del Drago

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Longji Titian, la Spina Dorsale del Drago, ovvero risaie a terrazza che tappezzano un’intera valle creando armoniche curve sinuose. L’agricoltura sfoggia una sofisticata ingegneria (vecchia almeno 400 anni) in villaggi remoti dove vivono soprattutto minoranze etniche. La trasformazione del paesaggio, in questo caso per aumentare la produttività del riso, finisce per rendere uniche delle colline che sarebbero state ordinarie, e richiamare turismo in un luogo che fino a poco fa viveva solo di attività rurali. Un side effect positivo (almeno per questa volta) dell’intervento dell’uomo sull’ambiente.

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Ping’An è un villaggio montano popolato dalla minoranza etnica Zhuang. Pechino e Shanghai sembrano realtà ignote alla vita lenta e tranquilla in quest’area remota del Guangxi. Mentre cammino in salita tra scale e sentieri per raggiungere le terrazze sbircio nella quotidianità degli abitanti, non c’è smog, nessuno ha la tosse né corre spingendo a gomitate gli altri per salire sul treno. Regna il silenzio. Ogni tanto sento qualche radio o tv accesa passando attraverso le case. Vedo una famiglia che sta facendo seccare peperoncini, altri che si adoperano a portare i rifornimenti dalla parte bassa del villaggio alle case più isolate. I gruppi etnici sono solo una piccolissima percentuale della popolazione cinese sempre più indaffarata, moderna e omologata. Quasi tutte le comunità tradizionali vivono in aree immerse nella natura, grazie al turismo, soprattutto interno, riescono a  mantenere le proprie famiglie senza doversi spostare a forza nelle metropoli.

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Per osservare le risaie si raggiungono due punti panoramici con meno di un’ora di cammino dalla fermata del bus, il percorso in salita è ripido ma piuttosto facile (occhio ai millemila scalini). Si incontrano venditori di salatini e frutta secca, vedrete le case in legno con le tipiche lanterne rosse, si proprio quelle, l’immagine piu’ inflazionata nei ristoranti cinesi abroad. In una bella giornata di sole in pieno gennaio le terrazze appaiono piscine d’acqua dalle quali si sta affacciando il riso. Il loro design è bello ma la parte più interessante dell’escursione è stata la strada fatta per arrivare fin lassù, la campagna, i volti incontrati nel cammino e le abitazioni costruite a ridosso della valle. Piantagioni di ogni tipo, anche verdure ed erbe aromatiche, si usa ogni centimetro di terra disponibile per coltivare.

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E c’è bambù ovunque, nei mobili, nelle case, nelle strade (ci sono appesi i cartelli di pericolo e di proprietà) ma anche nel piatto, tanto che quando è ora di mangiare mi fermo in una locanda che lo arrostisce, preparano riso ai germogli freschi oltre che vistose grigliate direttamente sulla strada. Il profumo è invitante, provo. Il bambù viene inciso, pulito all’interno con un coltello e farcito di riso e funghi. Poi tutto viene richiuso e cotto in una specie di barbecue all’aperto. A fine cottura il bambù si spacca nuovamente e così si serve direttamente al tavolo. Non mi resta che iniziare a “sbacchettarci” dentro. Non è il mio forte ma in qualche modo ce la faccio. Il sapore è strano, amaro, dolciastro, acidino, affumicato. Di tutto un po’ ma è gradevole. Tanto che ci sono aggiungo al ventaglio di sensazioni organolettiche pure un’altra carta, quella del piccante a perdita di fiato. Chiedo alla signora di portarmi una salsa hot, ed era fantastica, ma fuoco puro.

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I turisti cinesi comprano sacchi di riso da riportare a casa, un mio vicino di bus mi spiega in inglese che non è solo considerato molto saporito ma anche di buon auspicio. Io vorrei prenderlo ma poi penso, dove lo metto? Alla fine, dato che sarei l’unica a tirarmi indietro, mi carico di un bel sacchettone, ho due scelte: o me lo faccio cucinare durante il viaggio o lo riporto in Italia sbarazzandomi dei vecchi maglioni.

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Risalgo sul bus turistico di ritorno a Guilin. Un tour in cinese per soli cinesi. Mi sono aggregata ben consapevole che per tutto il tempo non avrei capito una cippa di quello che stava accadendo attorno a me. Ci ero già passata a Xi’An e durante la visita alla Grande Muraglia. Ogni tanto mi sentivo confusa, se non direttamente un’aliena, per fortuna le guide che ho incontrato almeno due o tre frasi in inglese sapevano tirarle fuori, in privato e non al microfono, poco prima che mi allontanassi della comitiva.  Mentre stiamo partendo sorrido alla guida e dico “sono stata fortunata, guarda che bella giornata” e lui… “eh, no,  quando c’è un po’ di nebbia è molto più bello. Oggi non è un granché”.

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Ah ecco, ti pareva. A volte è meglio non sapere.

Forse le terrazze non si sono trasformate in drago davanti ai miei occhi ma che bella giornata, intensa di sapori, di incontri e di immagini. Anche i miei compagni di viaggio, seppur non abbia capito niente, a loro modo sono stati simpatici e sorridenti. Ritorno in città rilassata e carica come un mulo. Il riso in borsa mi fa da zavorra, per tornare all’ostello sbaglio pure strada. Meglio non farsi prendere dall’euforia durante la scelta dei souvenirs (specie se superano i 5 kg).

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