Ricordi di un vecchio viaggio in Messico (seconda parte)

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Ripensando al viaggio in Messico ricordo che i bus erano confortevoli e anche puntuali. Non è stato difficile spostarsi e prenotare tutto in loco, a bordo ho visto una marea di film americani sottotitolati.  Non soffrire il mal di movimento mi ha aiutata a passare il tempo anche negli spostamenti più lunghi, sei ore, otto ore, intere nottate spese a rigirarmi su un sedile, per fortuna la strada era una fettuccia distesa. E da entrambi i lati uno strano nulla. Mi ricordo l’ingresso in Chiapas e la foresta che diventava ad ogni chilometro più fitta, l’aridità dello Yucatan lasciava spazio ad una natura rigogliosa e smeraldina. Tutto prendeva vita, l’aria si faceva più umida, l’ombra diventava profumata di foglie e preziosa. La Natura tornava a sorridere all’uomo e bastava guardarsi intorno per vedere cascate dall’acqua limpida e i frutti di questa alleanza.

Dopo una nottata insonne a guardare film sono arrivata a Palenque, una città fatta di strade parallele e case basse che richiama un numero sempre crescente di visitatori per la presenza delle rovine di una delle più importanti e spettacolari città Maya dell’antichità, ancora in gran parte sepolte nella giungla del Chiapas.  Le rovine di Palenque sono incredibilmente interessanti e ben conservate, palazzi, imponenti tombe ed edifici civili dall’architettura sofisticata, realizzati con tecniche avanzate: archi, corridoi, scalinate, segrete, torri. E’ un universo di pietra nel quale si è sviluppata una delle più floride città stato dell’America Centrale.  Spiccano il tempio delle Iscrizioni, la piramide funeraria del re Pakal e il tempio del Sole. Poco distante è il Gruppo delle Croci, una serie di costruzioni piramidali nelle quali sono stati scolpiti dei simboli che indicano in realtà la Ceiba, l’albero sacro dell’universo nella mitologia Maya, il cui corpo simboleggia la divisione dei tre mondi, le viscere della terra in cui affondano le radici, il tronco l’ambiente degli umani, e i rami, protesi verso l’alto, verso il divino.

San Cristobal de las Casas

San Cristobal de Las Casas è il punto ideale per fare una sosta tra le varie visite in Chiapas (per esempio  i villaggi intorno a Tuxtla Gutiérrez, le cascate di Agua Azul e Chapa de Corzo, un paesino stile spaghetti western punto di partenza per la navigazione del Canyon del Sumidero).  San Cristobal è una cittadina deliziosa dai colori vivaci che conserva ancora sia il suo spirito indigeno che l’eredità coloniale.  Meritano sicuramente una visita le varie chiese della città. Prendetevela comoda e osservate i dettagli. Le chiese sudamericane sono sempre molto affascinanti, variopinte e piene di statue sacre abbigliate con gioielli, tessuti e dall’espressività teatrale. Questi luoghi di culto ibridi includono elementi del barocco spagnolo ma mantengono vive anche credenze antiche, un sincretismo religioso stratificato negli anni. Riti della tradizione politeista indigena vengono assorbiti alla religione cattolica e creano una sovrapposizione continua, un compromesso che permise ai nativi americani di accettare il cattolicesimo identificando con nuovi volti qualcosa di già conosciuto. Ed ecco che attraverso il volto di Maria appare anche la dea Tonatzin, nelle parole di Gesù nei Vangeli le promesse di salvezza e rinascita di Quetzalcoatl, nelle lacrime e nel sangue della Passione (espressa sempre in modo drammatico nelle statue e nelle pitture) la sofferenza dei popoli oppressi e il sacrificio degli antenati.

chiapa de corzo

 

Chiudo gli occhi e…

Rivedo i colori del mercato di San Cristobal de Las Casas, centinaia di fiori ricamati sui tessuti. Le vie del centro con casette coloniali sgargianti, i giardini, la banda cittadina in festa, i patios e la musica. Thalia cantava in radio “Piel Morena” e un carretto con i cavalli girava per consegnare il latte.

Sento il sapore delle quesadillas calde e filanti, delle salsine in vassoi condivisi, del lime fresco spruzzato sul guacamole, il gusto burroso e zuccherino del pan dulce alla fermata del bus. Non dimentico l’aroma forte del peperoncino, quanto può essere buono anche un piatto di fagioli neri.

Messico 12

Il silenzio. E’ mattina è mi sveglio in una capanna a due passi dal mare a Tulum. Caldo e sole a marzo, neanche la mia immaginazione avrebbe saputo dipingere le onde con colori più sgargianti.

Ricordo il volto di un viaggiatore incontrato per caso, italiano di Monza, tornato in Messico dopo venticinque anni per rivedere gli stessi luoghi in cui era stato da ragazzo. Nei suoi occhi nostalgia ed entusiasmo, a volte uno sguardo impassibile, a volte un sorriso triste. Era lì per ritrovare se stesso dopo un divorzio e una serie di disillusioni. Il Messico gli ha saputo regalare sensazioni diverse nelle varie fasi della vita. Dalla spensieratezza alla maturità.

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Mi suona nella mente il canto malinconico dei mariachi da una terrazza della Quinta Avenida di Playa del Carmen. La chitarra è dolce e le parole amare. Una musica che si incide nella mente per decenni ben vale la spesa di una cena al ristorante.

Ricordo strette di mano, chiacchiere e sorrisi aspettando l’autobus o facendo la spesa. I messicani sempre gentili, un po’ lunatici forse ma comunque discreti. Non c’è stato un attimo in cui non mi sia sentita a casa e accolta con benevolenza.

Rivedo immagini di passamontagna neri a coprire il volto dei ribelli zapatisti in Chiapas, rivoluzionari che lottano per l’autogestione delle comunità più povere e la conservazione dell’identità indigena.

Vedo il  giallo e il bianco del mais, dal quale la tradizione locale vuole che siano stati creati gli uomini. Le pannocchie arrostite, le soffici tortillas spianate a mano, la croccantezza dei tacos e dei nachos fritti al momento. Sapori genuini e semplici molto diversi dai surrogati che avevo provato in Italia.

Ricordo il profilo di Cancun dall’aereo. Una Miami in miniatura sottile quanto una striscia. E dietro una selva bruciata dal sole. Mi vengono in mente le parole più famose di Porfirio Diaz, rivoluzionario e presidente del Messico a cavallo tra Ottocento e Novecento, “povero Messico così lontano da Dio e così vicino agli States”.

palenque

Penso alle città Maya, monumenti antichi che la devastazione non ha saputo annientare. Un orgoglio millenario. Misteri ad ogni passo in una selva che divorando sembra proteggere e preservare.

Sorrido pensando alle corse in colectivos in compagnia di altre dieci, a volte dodici (e in alcuni casi quindici) persone. Schiacciata all’inverosimile in quei pulmini in cui c’era sempre “ancora posto” e non credo di aver provato mai alcuna fatica. Forse è il privilegio di fare questi viaggi a ventanni.

 

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