Macchu Picchu, l’ultimo pezzetto di un impero

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Aguas Calientes, una mini città ai piedi delle montagne nata per gli operai che costruirono la ferrovia tra le Ande. Per arrivare in questo luogo remoto (e apparentemente anonimo) ci si sveglia all’alba da Cusco e il tragitto in treno è indimenticabile. Dal finestrino i paesaggi della Cordillera e in basso le acque veloci dell’Urubamba. In un lungo tratto i binari sembrano costeggiare il corso del fiume sacro. Fuori dalla stazione siamo praticamente a pochi passi da Macchu Picchu anche se ancora dal basso non si vede, gli unici indizi sono le millemila cartoline esposte nelle varie tiendas a gestione familiare. Anche i visitatori attorno a noi sono pochi. L’accesso al sito viene limitato per garantirne la sopravvivenza nel futuro. E su questo il turismo peruviano non cede a compromessi. La salute di Macchu Picchu è più importante di fare cassa.

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La città perduta (e ritrovata) più scenografica e famosa. Oggi una delle Sette Meraviglie del Mondo, e non a caso, il paesaggio e l’insieme delle rovine sono di un bello accecante. Macchu Picchu (in quechua la “vecchia montagna”) è rimasta quasi intatta, mancano i colori e sono spariti i tetti di paglia e gli abitanti.  Forse costruito da un imperatore che si faceva chiamare il “trasformatore del mondo”, attorno al nostro 1400, era un insieme di templi, edifici pubblici, abitazioni ed orti ben organizzato e diviso in sezioni. Non mancava nemmeno una grande dimora, quasi sicuramente la base del sovrano.

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Per costruire in questo luogo, e renderlo una specie di oasi tra il cielo e la terra, gli incas dovevano avere delle conoscenze tecniche geniali. Mura massicce, terrazze coltivabili a gradoni, fortezze dall’architettura lineare, un insieme di grandi blocchi, imponente e su più livelli. E  il tutto invisibile dal basso e da ogni lato, fino a che non ci metti praticamente piede dentro.  Alcune ipotesi lo ritraggono come un possibile rifugio degli ultimi incas. I sopravvissuti  ricrearono un loro piccolo impero isolato dal mondo dopo la presa degli spagnoli. L’idea è alquanto romantica e non mi dispiace. Difficile però che sia andata così. Forse fu una sorta di mega santuario, una città sacra, dove vivevano le sacerdotesse del Sole.

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Il tempio del sole e della terra è stato ritrovato intatto, rotondo in alto, scavato in basso, come le radici di un albero con una grotta segreta. E’ l’unico edificio circolare e si localizza con facilità guardando Macchu Picchu nell’insieme. Al tempio si collega un grande complesso residenziale ma chi fosse ad abitarci non si sa. Si sale e scende un continuo di scale, si incontra Fuente del Inca, la sorgente canalizzata in tutta la città, il tempio delle tre finestre (che poi erano cinque) collegato alla creazione mitica della civiltà e file di abitazioni semplici dalle spessissime mura. Curiosa è la forma della Roccia Sacra all’interno di un complesso religioso, sembra una miniatura della montagna che si ha di fronte.

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Gli Incas avevano creato un impero, e la loro espansione fu rapida e veloce, si estendeva dall’Ecuador al Cile in una lunga striscia di terra che copriva la costa e gli impossibili versanti delle Ande. Gli spagnoli arrivarono giusto in tempo per sparecchiare una tavola imbandita. L’impero Inca era nel suo massimo splendore e chissà come si sarebbe evoluto se la storia non ne avesse deciso la fine. Era una monarchia assoluta con un esercito stabile, un’organizzazione precisa degli spazi e anche un sistema di caste sul genere di quello indiano, bevevano bevande alcoliche, la chicha (tutt’ora preparata e consumata nei villaggi), sapevano costruire ad altitudini estreme e sfruttare saggiamente il terreno agricolo, oltre che canalizzare sorgenti naturali per farle arrivare all’interno delle città. Il sovrano era divinizzato e aveva poteri e vezzi illimitati. Alla fine le basi sembrano essere le stesse ovunquenon c’è impero senza cibo, acqua sana, strade e un esercito. Ma neanche senza tasse, lavorazione dei metalli, sopraffazione e una buona dose di lavoro gratuito proveniente dai popoli conquistati. Cambiano gli attori ma la dura legge dell’imperialismo no.

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La natura con i suoi misteriosi equilibri diventava spirito di numerose divinità, tra cui il sole la madre terra, la dea delle acque, della luna, delle piogge e del fulmine. E Macchu Picchu, sospeso nel nulla, sembra proprio un grande altare.  Tutto intorno El Valle Sagrado, costellato da villaggi rurali e rovine di altri centri sociali e religiosi, oltre che le antiche saline, ancora  funzionanti. Con i misteri di Macchu Picchu ancora nella testa i più coraggiosi possono percorre la fila di gradini scivolosi per raggiungere l’Huayna Picchu, il tempio della luna. Io mi fermo in basso, già il soroche mi ha stesa a tappeto (e sì, in un viaggio in Perù anche questo va messo in programma).

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Ma infondo… perchè Macchu Picchu è così bello?

E’ misterioso. Gli Incas non avevano una tradizione scritta e non è stato possibile avere molte informazioni. Quel “non sapere” lascia la porta aperta a infinite ipotesi e il rompicapo piace.

Per il panorama e i colori. Le vette, il verde acceso delle Ande e il grigio dei blocchi di pietra, scolpiti con precisione maniacale. Le geometrie della città dall’alto, che pare un labirinto di edifici, scale e terrazze, l’ambiente naturale e i lama che passeggiano indisturbati tra le rovine.

Per i villaggi che lo circondano. Nei quali la tradizione degli Incas vive ancora e i cambiamenti, pochissimi, si sono fusi e congelati nel passato. L’impero si è disintegrato ma il popolo esiste e non si è mosso di lì. Gli incas di oggi nei confronti degli stranieri sono diffidenti, e come dargli torto. Imparare dalla storia serve a non sbagliare due volte.

Le contraddizioni. Era una città veramente utile? Nel centro dell’impero si, ma isolata e difficile da vivere (figuriamoci da pensare e da progettare) . Fu un’utopia? Un vezzo dell’imperatore? O aveva uno scopo preciso che non sappiamo? Le domande senza risposta ne aumentano il fascino.

Per la sua recente scoperta. Riportato alla memoria solo un secolo fa e il motivo anche se banale è ben chiaro. Non è facile arrivarci. E non è facile nemmeno oggi che sappiamo dov’è. L’altitudine, la nebbia e la corona andina costruiscono una specie di culla protettiva. Hiram Bingham, l’uomo che la scoprì è diventato una figura mitologica tra gli esploratori. Avventure, un ritrovamento straordinario e l’avverarsi di un sogno. Ed ecco cosa si prova a stare davanti al panorama della città, pare il risveglio al mattino, quella manciata di secondi nella quale non si è ancora in grado di scindere l’immaginazione dalla realtà.

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